Orphikon, una storia simbolica

Maratea Musica Festival- 1998

Orphikon, una storia simbolica

            L’ultima delle serate della III edizione del Maratea Musica festival (1998), che portava il titolo “Musiche  della Via Appia. Canone infinito alla mente”, è stata organizzata musicalmente e spettacolarmente in maniera particolare. Essa ha concluso la settimana del seminario, il cui titolo generale era “Musica come scienza e come sapienza “, nella quale si è proposto  un ampio ventaglio di musiche

            L’anno prima (1997) il tema era centrato sulla vocalità: “Metafisica della voce. Simbolica, ermeneutica, analisi musicale”. L’ultimo concerto fu perciò a dimensione vocale, con una voce solista e un ensemble da camera. Nel ’98 si è pensato di offrire un esempio concreto del tema musicale della manifestazione con un concerto-performance per musicisti e strumenti elettronici virtuali. La serata è stata organizzata musicalmente con una forma ad arco. Hanno aperto  le musiche elettroniche di Agostino Di Scipio, Kairòs Qrtt. Ha concluso Antonio De Lisa con Orphikà. Canone anamorfico del Rhythmelos 21, per trio d’archi, due set di percussioni amplificate e organo “virtuale” ottenuto con suoni di sintesi in tempo reale e miscelazione di filtri. In mezzo, il lavoro di Michelangelo Lupone, Swapp (Scambi), per flauto, percussioni ed elettronica .

            Il contrappunto percussivo è stato affidato a Iannis Xenakis, Rebond, per un percussionista, e André Riotte, Arcanes, ancora per un percussionista. La regia del suono è stata curata da Agostino Di Scipio, con l’assistenza di Francesco Scagliola. La parte acustica del concerto è stata affidata, come si diceva, ai musicisti dell’Officina musicale italiana dell’Aquila diretta da Orazio Tuccella.

            Il concerto è stato  replicato il 7 settembre all”Aquila nell’ambito di un progetto di collaborazione tra la Sonus e l’Istituto Gramma, per favorire non solo la circolazione di idee nuove ma anche per unire gli sforzi nell’ambito di una sperimentazione sonora all’avanguardia nel settore.

            Il titolo della manifestazione “Musiche della via Appia”, non rimandava tanto all’origine dei compositori coinvolti (che pure è possibile individuare sull’asse di quella strada che da Roma portava al porto di Brindisi: Di Scipio è nato a Napoli, Lupone in provincia di Benevento, De Lisa in provincia di Potenza) quanto all’idea di una musica che unisse la più avanzata ricerca sonora con un contenuto che talvolta sfocia in un aperto simbolismo o in una nuova mitologia filosofica. Mezzogiorno antico e contemporaneo insieme.

            E’ musica d’avanguardia, con un apprezzamento di questo termine che si intende rispolverare dopo anni di oblio, che non ha bisogno di particolari accorgimenti per essere comunicata perché in realtà è già comunicazione, sta già nelle menti e nei cuori di chi quella musica ascolta. Bisogna solo tirarla fuori.

            Ecco perché è molto importante il contesto in cui si sono proposti i concerti, in questo caso la sede della Scuola di musica e filosofia di Maratea e una chiesa dell’Aquila. E’ una spettacolarità meditativa e non sguaiata, una forma di concerto-performances che intacca la ritualità della forma concerto tradizionale per creare una nuova forma-tempo. Il concerto di Maratea, per esempio,è durato quasi due ore, di notte, nel parco della villa, il mare che si frangeva lungo la costa, le stelle che facevano cupola nel cielo attraverso le nuvole che minacciavano pioggia. La  sensibilità agli elementi naturali di chi vi partecipava era accentuata dall’incertezza; il suono penetrava attraverso i pori della pelle. Otto diffusori movimentavano lo spazio, frangendo la musica degli strumenti virtuali come il mare sottostante. Era il parco, tutto il parco, a cantare.

            Il  lavoro di De Lisa trae spunto dalla storia di due tombe antiche, la “tomba dell’uovo di Elena” di Metaponto e la “Tomba del tuffatore” di Poseidonia (Paestum), due città achee di Magna Grecia strettamente legate fra loro per origine e storia. Questa storia è narrata da Angelo Bottini nel libro Archeologia della salvezza. L’escatologia greca nelle testimonianze archeologiche, Longanesi, Milano 1992. L’uovo in questione è uno dei perni della cosmologia “orfica”;  queste due tombe, insieme, sono la testimonianza di un antichissimo culto orfico-pitagorico in terra di Lucania che descriveva la credenza nel viaggio ultraterreno dell’anima, credenza a sua volta di origine sciamanica.

            Gli otto diffusori previsti nel pezzo circoscrivevano il perimetro di un uovo ideale che conteneva gli spettatori (che si potrebbero  definire “coloro i qiali ascoltano”, piuttosto che “pubblico”,  in omaggio alla religiosità antica di Metaponto e Poseidonia, che aveva un forte carattere misterico).

            Questo lavoro ha la durata di circa 25 minuti, con una tendenza interna ad espandersi in un flusso di note lunghe affidate al violino, alla viola, e al violoncello, contrappuntate da una incessante pulsazione ritmica elaborata da strumenti percussivi in pelle.

            Il fatto è che esso è stato concepito sulla base di una temporalità molto diversa dal consueto. Anche il momento in cui si dovrebbe svolgere l’esecuzione di questo pezzo è importante. Idealmente il pezzo avrebbe dovuto cominciare alla fine di un concerto avviato nelle tenebre più profonde e finire alle prime luci del giorno, all’apparire dell’aurora rhododaktylos (dalle dita di rosa).

            I culti  di Metaponto e Poseidonia erano di tipo astrale, basati sulla dicotomia tra le tenebre e la luce. Nyx erebenne è la Notte senza limiti della Teogonia di Esiodo. Un richiamo si trova anche nel  De rerum natura di Lucrezio (“Tempore item certo roseam Matuta per oras/aetheris auroram differt et lumina pandit”. A un’ora fissa (Mater) Matuta difonde per le regioni dell’etere l’aurora rosea e apre le porte alla luce).

            Altrove, per esempio a Cuma, il culto orfico era venato di dionisismo. A Metaponto e Poseidonia era di tipo pitagorico. Ora, non è difficile immaginare che cosa possa significare per un musicista l’associazione di questi nomi: Orfeo e Pitagora, due nomi archetipi della musica.

            In conclusione si può rivelare un piccolo segreto, cioé quale sia l’immagine centrale da cui è scaturito tutto il pezzo: una laminetta aurea, quella che gli archeologi hanno trovato nei lavori di scavo all’altezza della bocca del defunto, che serviva come “motto” all’anima nel momento della discesa nell’Ade. Indicava inoltre che si trattava di un mystes, di un iniziato. La religione orfica era il braccio misterico del pitagorismo. Il motto  serviva a conservare la memoria (mnemosyne) del defunto, in vista del suo destino immortale, un tratto questo che non si trova nella religione olimpica greco-antica.  Questo non è il mondo di Omero, ma quello del tracio Orfeo.



Categorie:B20- [SCUOLA DI MUSICA E FILOSOFIA DI MARATEA], B20.02- I concerti del Maratea Musica Festival

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